Esiste un’espressione in Gran Bretagna per la quale “l’oceano Atlantico è piu piccolo del canale della Manica”. In pratica ci si riferisce alla grande distanza politica e culturale che separa la Gran Bretagna dal resto del contintente Europeo, rispetto alle relazioni transatlantiche con gli Stati Uniti d’America storicamente sempre molto strette ed in sincronia.
Alla fine della seconda guerra mondiale, l’allora prima ministro Churcill disse esplicitamente che i tre principali obiettivi della politica estera del Regno Unito per il dopo guerra sarebbero stati la protezione e lo sviluppo del Commonwealth, i rapporti transatlantici con gli Stati Uniti, e in ultimo, non a caso, i rapporti con l’Europa.
Dopo più di sessantanni, questa concezione geopolitica non è mai realmente cambiata.
La Gran Bretagna si trova oggi a dover combattere una guerra tutta interna tra quel senso di indipendenza e di libertà che l’ha sempre contraddistinta, e l’inevitabile pragmatismo di rimanere all’interno dell’Unione Europea sopratutto per proteggere come spesso si dice, il proprio interesse nazionale.
Questi due obiettivi, l’indipendenza da un lato e il costante raggiungimento dell’interesse nazionale sono spesso la causa di numerosi crisi all’interno non solo dello stesso parlamento ma anche della società civile.
L’Unione Europea è stata sempre croce e delizia per gli Inglesi: nel 1960 ostacolarono lo sviluppo dell’Unione attraverso la creazione di una entità intergovernativa per lo sviluppo del libero scambio, l’EFTA (Associazione Europea per il libero scambio). Questa era un’associazione che avrebbe dovuto svilupparsi e prosperare a discapito dell’allora Comunità Economica Europea. Obiettivo dell’EFTA era facilitare la gestione del libero scambio di merci e servizi tra i paesi associati, lasciando comunque in mano ai governi nazionali la sovranità della gestione di tutte le altre politiche sociali ed economiche.
All’interno della Comunità Economica Europea al contrario, stava in parte già profilandosi uno scenario nel quale i paesi membri avrebbero rinunciato al controllo di politiche che fino ad allora erano state esclusiva prerogativa dei governi nazionali, per lasciare quindi la loro gestione in mano ad una istituzione sopranazionale, la Commissione Europea.
Ovviamente uno scenario del genere non era visto di buon occhio dalla Gran Bretagna, considerando anche il fatto che la gestione e lo sviluppo della Comunità Economica Europea veniva vista come un prerogativa quasi esclusiva dell’asse Franco-Tedesco.
Al contrario delle previsioni, l’EFTA non funzionò bene come la CEE, tanto da indurre la Gran Bretagna, dopo due tentativi falliti per il doppio veto di De Gaulle, ad entrare finalmente nella Comunità Economica Europea nel 1972, una volta che all’Eliseo era salito Georges Pompidou, molto più disponibile rispetto al suo predecessore all’ingresso del Regno Unito come stato membro.
In questi ultimi sessant’anni la Gran Bretagna è stata uno dei principali promotori dell’Europa allargata ai paesi dell’Europa dell’Est e del famoso ‘Big Bang’ del 2004 con l’ingresso di dieci nuovi paesi membri. Questo perchè un’Europa allargata significa un’Europa più difficile da coordinare, spingendola sempre più verso un sistema prettamente intergovernativo.
La serie dei nuovi trattati, e delle modifiche di questi, che negli ultimi decenni hanno portato alla ratifica del trattato di Lisbona entrato in vigore nel 2010 (molto simile nella sostanza alla proposta, poi rifiutata da Francia e Olanda di una Costituzione Europea) ha visto la Gran Bretagna sempre più coinvolta nell’inevitabile processo di integrazione Europea.
Anche se con diversi importanti opt-out (come per esempio il trattato di Shengen) che permettono a Londra di mantenere il controllo di alcune politiche chiave, è chiaro a molti ormai che l’ingerenza di Brussels sia diventata un elemento che neanche il governo più intransigente e conservatore può fare a meno di evitare.
Ulteriori contigenze politiche esterne hanno spinto Londra svogliatamente verso un dialogo più stretto con i suoi partners Europei. In particolare, l’elezione di Barak Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America, ha portato gli Stati Uniti ad interagire in maniera diversa con il suo alleato Inglese; Obama stesso ha ripetutamente espresso il desiderio di vedere un’Unione Europea più coesa e più unita (sottinteso sempre che ciò non vada a discapito dell’interesse americano) includendo in questo suo discorso anche Londra. L’amministrazione Obama, specialmente all’inizio del suo mandato presidenziale, sembrava prediligere il rapporto con l’Unione Europea piuttosto che stimolare, come all’epoca di Bush, un dialogo prettamente bilaterale con i singoli stati.
La recente crisi scoppiata all’interno dell’Unione Europea, ed in particolare nell’Eurozona ha inevitabilmente riacceso quella spinta quasi anti-europeista che in un certo qual modo si era assopita negli ultimi anni (più che altro nella società civile ma certamente non nell’ambiente politico e nei media nazionali dove questi ultimi hanno continuato a dipingere Brussels come un’enorme macchina mangiasoldi che limità la libertà e attacca alle tasche dei sudditi di sua Maestà).
L’apice della crisi è stato probabilmente raggiunto con il veto della Gran Bretagna sulla proposta della modifica del trattato di Lisbona a Dicembre del 2011. Tale modifica avrebbe comportato una migliore cooperazione e gestione delle politiche fiscali dei paesi membri (leggi paesi dell’Eurozona), dando quindi inevitabilmente maggiore potere di controllo alla Commissione.
Come il Primo Ministro Inglese Cameron si è costantemente prodigato di riaffermare nelle recenti interviste rilasciate ai giornali di mezzo mondo, le ragioni del suo veto derivano dalla sua volonta di difendere ‘l’interesse della Gran Bretagna’.
La domanda che ci si pone tuttavia è: quale interesse?
Per Cameron, ‘’l’interesse è sopratutto quello della protezione del settore finanziario da una eccessiva tassazione”, che in un paese come la Gran Bretagna porterebbe a delle serie ripercussioni sopratutto nel mercato del lavoro essendo il settore finanziario parte fondamentale non solo dell’economia del paese ma anche un settore che da lavoro ad una grossa percentuale della popolazione nazionale.
Questa motivazione, cosi come spiegata dal Primo Ministro presenta tuttavia tre elementi controversi:
Il primo è proprio la difesa del settore finanziario (anche dopo la recente crisi nel settore bancario inglese con relativi salvataggi effettuati dal Tesoro attraverso il denaro del contribuente): questo settore infatti ha indubbiamente bisogno non solo di una maggiore (o migliore) regolamentazione ma sopratutto di un più efficente sistema di tassazione; risulta quindi quanto affermato da Cameron una scelta in controtendenza con le necessità dell’economia reale, considerando il fatto che il sistema finanziario può produrre squilibri sopratutto a livello macroeconomico.
Il secondo è il reale effetto che le misure avrebbero prodotto anche senza il veto all’interno dell’economia della Gran Bretagna, non essendo questa nell’Eurozona. Infatti per molti, le azioni intraprese come conseguenza della modifica del trattato non avrebbero portato a sostanziali cambiamenti a livello nazionale; al contrario l’azione propositiva Britannica avrebbe dimostrato invece la buona volontà di Londra di fare la sua parte nell’aiutare i suoi parner continentali a superare la crisi. La modifica del trattato preveva infatti principalmente i seguenti punti:
- Sanzioni automatiche per ogni paese membro in caso di superamento della soglia del 3% di deficit sul prodotto interno lordo
- Una regola comune che prevede all’interno dei paesi dell’eurozona un budget che controlli costantemente il deficit nazionale
- Il meccanismo di stabilità Europea (ESM) anticipato al 2012 (e non al 2013 come originariamente previsto), con decisione presa a maggioranza qualificata
- Costante incontro mensile tra i leader dei paesi membri fino al termine della crisi
Il terzo elemento deriva dal fatto che i restanti 26 paesi hanno deciso di procedere comunque (anche senza modifica del trattato) alla implementazione delle nuove regole, quindi paradossalmente Londra avrebbe avuto molto più potere di controllo ‘rimanendo dentro’ al gruppo piuttosto che fuori come conseguenza del veto.
Per tutto il 2011, molti esponenti del partito conservatore hanno messo in dubbio addirittura la presenza stessa della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea, sottolineando a più riprese la necessità di indire un referndum nazionale per fare chiarezza sulla posizione che il paese avrebbe dovuto prendere. Questo referendum non è mai stato confermato ne totalmente smentito, considerando sopratutto il fatto che il governo di Cameron al momento si regge grazie ad una coalizione con il partito Liberal-Democratico che come il suo leader Nick Clegg, europeista convinto ed ex deputato europeo, rimane un fermo sotenitore della partecipazione della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea.
In quest’ottica, il veto di Cameron sulla proposta di modifica del trattato di Lisbona potrebbe essere letto più come una necessità politica interna per soddisfare il partito dei Tories, piuttosto che, come dichiarato ormai in diverse occasioni, per la difesa e la tutela dell’interesse nazionale.
Come molti commentatori hanno fatto correttamente notare, l’incassare il consenso dei parlamentari conservatori non solo ha prodotto una fortissima e forse irreparabile frizione con il partito Liberal Democratico mettendo a serio rischio sia la tenuta del governo che una sua probabile rielezione, ma sopratutto ha esposto la Gran Bretagna ad una posizione molto isolata rispetto a tutti gli altri partners europei.
Probabilmente anche per portare calma e tranquillitià all’interno della sua coalizione, Cameron ha cercato dopo il veto (il primo per giunta nella storia delle relazioni tra Londra e Brussels) di rassicurare e confermare la piena partecipazione del suo paese all’interno del Unione e naturalmente la piena collaborazione come paese membro. In pratica, un colpo al cerchio e uno alla botte.
Lo strappo però c’è stato ed è inevitabile che questa azione non porti in futuro delle conseguenze ancora difficili da prevedere. Rimane il fatto che proprio perchè il cosidetto interesse nazionale deve essere difeso, questa difesa deve avvenire difendendo l’euro, la sua tentuta e le economie dei paesi dell’Eurozona, principali partners commerciali del Regno.
Una crisi Europea, comporterebbe inevitabilmente una forte ripercussione se non addirittura una crisi anche in Gran Bretagna.
Probabilmente, mai come in questo periodo, è arrivata l’ora per i sudditi di sua maestà di fare un’analisi vera di quanto ci si senta totalmente Europei e di quanto si voglia realmente partecipare attivamente ad uno sviluppo più coeso dell’Unione e dei suoi paesi membri.
L’Unione Europea ha bisogno della Gran Bretagna tanto quanto la Gran Bretagna ha bisogno dell’Unione.
I cambiamenti geopolitici mondiali e la nascita di nuove potenze economiche e militiari, deve portare l’Unione Europea a parlare sempre più con una voce unica in rappresentanza di tutti i suoi paesi membri. Se la Gran Bretagna parteciperà attivamente un giorno a questo comune obiettivo, sarà tutta l’Europa e i suoi cittadini a beneficiarne.